Giuseppe Cianci
Ho fatto tanti lavori nella mia vita perchè ho iniziato a lavorare dall’età di nove anni, nei mesi estivi in cui la scuola chiudeva. La mia prima esperienza è stata quella di garzone in un salone di barberia. Avevo appena finito la terza elementare e mio padre, per non vedermi giocare per strada a pallone con gli amici del quartiere, mi mandò nel salone del suo barbiere di fiducia per imparare un mestiere, così mi disse. La mia mansione era quella di insaponare il viso ai clienti e per riuscirci salivo su un banchetto che spostavo ora a destra ora a sinistra della poltrona da barberia dove si accomodava il cliente. Correva l’anno 1967 e la mia paghetta settimanale all’epoca era di 500 lire alla settimana, soldi però che si intascava mio padre perchè diceva che servivano per mantenermi a scuola, ma questa è una storia molto più lunga e complicata, tanto che ci ho scritto un mini libro qualche anno fa, “I ricordi che mancano“.  Per le vacanze scolastiche successive passai a fare il garzone in un mulino della mia bellissima cittadina, Avola, nella mia stupenda Sicilia. L’anno successivo, invece mio padre, che non aveva fiducia in un mio futuro scolastico e quindi voleva che imparassi un mestiere, mi mandò a lavorare come aiuto pasticciere in un famosissimo bar avolese, ancora oggi tra i più frequentati della città, il Bar Girlando. Certo la paghetta (che sempre intascava mio padre) non era sostanziosa come lo erano invece i dolci che mangiavo io nelle pause di lavoro, così l’anno successivo, terminato il primo anno delle medie, fui mandato a lavorare nel pastificio dove mio padre lavorava da diversi anni come autista. Qui ho conosciuto per la prima volta il significato delle parole “fatica” e “sudore”, fatica perchè si lavorava in due turni di dodici ore (dalle sei alle diciotto il turno diurno e dalle diciotto alle sei quello notturno), sudore perchè la temperatura all’interno del luogo di lavoro era altissima per via dei forni per l’asciugatura della pasta e quindi si sudava tantissimo nonostante si lavorasse in pantaloncini e ciabatte. Il lavoro non mi ha mai messo paura comunque, semmai mi impaurivano le maniere forti di un padre padrone e l’isteria di una madre priva di personalità, succube del marito. Ad ogni modo, al pastificio ci ho lavorato ogni anno per i circa quattro mesi di vacanze scolastiche estive fino al diploma di maturità tecnico-commerciale.
La mia aspirazione era sempre stata quella di fare l’avvocato e così, prossimo al diploma, accennai alla famiglia l’intenzione di iscrivermi all’Università di Catania in Giurisprudenza ma mio padre aveva in mente già il suo programma su misura per me. Il giorno dopo l’esame di maturità, infatti, mi comunicò che non ci sarebbe stata nessuna università per me e mi stavano già aspettando per lavorare come operaio in un mangimificio dove avrei guadagnato più di quanto guadagnavo prima al pastificio, cosa che faceva molto comodo alla famiglia numerosa da mantenere, peccato che quella famiglia non era la mia. Come è finita potete continuare a leggerlo nel mio libro che trovate qui, anche gratis.
Sono da sempre una persona per cui lavorare significa dare vita alle proprie passioni, una persona profondamente innamorata del proprio lavoro. Il problema è sempre stato che non ho mai potuto dare sfogo alle mie passioni per un destino beffardo e infame che mi ha sempre tenuto prigioniero.
Solo all’età di cinquant’anni, dopo una travagliata separazione, ho preso in mano le redini della mia vita decidendo dove vivere, con chi vivere e cosa fare con i frutti del mio lavoro. Da sempre appassionato di computer, di gestione del web, di scrittura e di fotografia ho dato sfogo alle mie passioni e non importa se non diventerò mai ricco, ma di certo qualche segno della mia vita resterà ai posteri.
Sento oggi che una nuova strada mi si è aperta davanti e, nonostante l’età avanzata, ho ancora forza e voglia di percorrerla fino in fondo. Qual’è questa strada vi starete chiedendo? Seguitemi e la scoprirete anche voi…
Giuseppe Cianci
Giuseppe Cianci
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